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CRIDOLA

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22 e 23 giugno 2022 

 

La mattinata a lavoro è volata via, come sempre del resto, mentre il meteo sembra voler fare i capricci in montagna proprio oggi, però ormai l’appuntamento con Sergio è preso. Doccia, panini, zaino, acqua, ombrello, imbrago con due cordini e due moschettoni, casco… direi che posso andare.

Passo a prendere il “baffone” a Vittorio Veneto, lui è già lì che mi aspetta come sempre accade, sempre in anticipo su tutti, ma io di certo non sono in ritardo. Una stretta di mano condita con un saluto e un sorriso e siamo pronti per dirigerci verso il passo della Mauria,

La musica a basso volume di Rino Gaetano non disturba i nostri discorsi che spaziano oltre la montagna e le salite anche se da Pieve di Cadore lo sguardo va sempre su quella cima alla nostra destra che vogliamo raggiungere. Oddio, il mio è più sulla strada per fortuna, ma qualche sbirciatina al Cridola gliela butto anch’io.

Con tutta calma raggiungiamo il valico nelle vicinanze del confine fra Veneto e Friuli Venezia Giulia ove parcheggiamo. È pomeriggio inoltrato e siamo i soli nel piccolo piazzale. Il cielo plumbeo sembra volerci rovesciare addosso tanta acqua e non sembra intenzionato ad aspettare molto per farlo. Allo stesso tempo fa caldo, non ci passa nemmeno per la testa di metterci in maniche lunghe né tanto meno uno smanicato ma eventualmente abbiamo tutto il necessario sia per ripararci dalla pioggia che dal freddo.

Gamba in spalle e iniziamo questa due giorni sulla zona più a nord delle Dolomiti Friulane.

Saliamo il sentiero CAI 348. Si vede che non è abbandonato ma allo stesso tempo si capisce che di qua non ci passa poi così tanta gente. L’erba alta e bagnata ci inumidisce i pantaloni in breve tempo mentre per le scarpe la membrana in GoreTex fa il suo sporco lavoro.

La traccia passa per il bosco, a tratti dolcemente per poi di colpo impennarsi e in quel caso il fiato si accorcia subito, anche per via degli zaini che oggi non sono di sicuro fra i più leggeri che abbiamo portato durante le nostre scampagnate. Qualche giglio giallo si fa notare con il suo colore vivace, e la cosa mi sembra quasi strana visto che di questo colore, in montagna, forse è la prima volta che li vedo.

Man mano che saliamo il bosco lascia spazio a un ambiente più severo, fatto di ghiaie e mughi, con qualche tratto da prestare attenzione e altri dove per fare un passo in avanti ne bisogna farne tre, ma anche di spazi aperti, cime, nubi che rendono l’ambiente suggestivo, rododendri, silenzi.

Attraversato il bel Valo’ dei Cadorini e risalita forcella Fossiana ci prendiamo cinque minuti di riposo, stando sotto le creste da dove siamo arrivati visto che dal Vallonut di Forni sale un vento pazzesco e freddo; o forse più semplicemente siamo noi che siamo tanto accaldati.

Proseguendo arriviamo ad incrociare il sentiero CAI 340. Verso sinistra porta al monte Boschet e al rifugio Giaf, quindi noi andiamo logicamente a destra. Ancora ghiaie, dentro un ripido canale sotto il Nodo di Tor, che ci fa sbuffare e non poco. Infine l’ultimo tratto fino alla Forca del Cridola lo prendiamo con calma. Provo a bere un sorso d’acqua da una sorgente ma il gusto di muschio è troppo forte. Intanto un camoscio fischia, ma la nebbia non ci fa vedere nulla e la sua corsa si perde nel suono degli zoccoli che pestano con forza le rocce instabili.

Arrivati all’ampia forcella ecco aprirsi un po’ di visuale proprio nell’alta val de Agudo (o per lo meno credo che questo sia il suo nome) dove la scatola rossa di latta è lì che ci attende pronta a darci ricovero per le prossime ore.

Scendiamo in questo anfiteatro fra cime poco salite come Punta Cozzi o la Torre del Cridola e infine eccoci arrivati al bivacco Vaccari posto a quota 2050 metri sul livello del mare.

Diamo una sistemata, mettendo a posto qualcosina e sbattendo le coperte usate probabilmente anche da qualche ghiro. Poco male, abbiamo i nostri sacchi a pelo.

Si sono fatte quasi le otto di sera. Mangiamo e poi alle 9 siamo già distesi sulle brande, rilassati. Morfeo arriva presto e ci porta via con lui.

A mezzanotte un frastuono ci sveglia. La pioggia batte prepotente sulle lamiere che ci proteggono. Sergio mi chiede se ho paura ma rispondo che mai suono è stato così rilassante e in pochi minuti torno a dormire come un bambino in attesa della salita di domani.

 

Il risveglio alle cinque e mezza del mattino non è per nulla un peso, soprattutto dopo una notte che m’ha regalato un sonno profondo, l’unica paura è quella di aprire la pesante porta e ritrovarsi davanti una giornata dal meteo instabile. Invece le nuvole sono alte, si stanno diradando, e in fondo le Tre Cime di Lavaredo sono già baciate dal sole, regalando un panorama da cartolina. Dal lato opposto il Cridola ci guarda severo e silenzioso. L’aria fresca ma pulita dalla pioggia ci sveglia in un lampo e in mezz’oretta siamo pronti a partire.

Lasciamo tutte le cose in eccesso nel bivacco e con un solo zaino e una corda da trenta metri ci incamminiamo verso la Tacca.

La Tacca del Cridola, una forcella che si raggiunge faticosamente salendo ghiaie instabili sia da nord che da sud. Non è la prima volta che ci passo, ma devo dire che dal Vaccari è proprio una sfacchinata. Circa 300 metri di imprecazioni, dove a ogni passo non si capisce se è più quello che si è salito o se il ghiaione ti sta sbeffeggiando con il suo fondo che ti fa retrocedere senza che tu te ne accorga. Di sicuro è un bel riscaldamento e una bella sveglia. Dopo un’ora scarsa l’abbiamo vinta e siamo finalmente all’intaglio poco sopra i 2300 metri. Grazie e grossi bolli e una scritta quasi invasiva sulla roccia ci portiamo sotto la prima paretina dove ha inizio la normale al Cridola, salita per la prima volta dagli alpinisti ed esploratori Kugy e Orsolina nel lontano 1884.

La roccia è quella della zona, ovvero bisogna controllare tutto benchè dove si appoggino le mani è meno peggio di quello che si pensava, quasi piacevole e divertente. Le difficoltà sono contenute, si passa dal primo a secondo grado, ma oggi s’è deciso di salire comunque legati anche se in conserva. Giusto un paio di tratti fatti uno alla volta, più per un’eventuale attenzione nel caso di caduta sassi, con qualche sosta fatta uno spuntone, su una fessura grazie ad un friend o direttamente a spalla.

Con Sergio non servono tante parole né tanto meno molti comandi, ci troviamo bene e con calma saliamo senza problemi ma sempre con la dovuta attenzione.

La breve parete di terzo grado non è così ostica o svasa, anche perché la roccia per questo piccolo tratto è veramente compatta e pulita. Se proprio devo pensare ad un punto dove fare attenzione direi la paretina precedente, quella prima della cengia, marcia al punto giusto per appoggiare mani e piedi con le dovute accortezze per non rischiare di farsi male (fatalià c’è un ampio terrazzo sotto, ma qui anche slogarsi una caviglia vorrebbe dire chiamare i soccorsi).

Comunque anche dopo il famoso terzo grado, punto chiave della salita, il percorso rimane suggestivo, piacevole ma dove servono sempre le dovute precauzioni.

Un lungo canale appoggiato di circa 60 metri è l’ultimo tratto dove servono le mani, poi a zig zag siamo sotto la cima. Quasi senza accorgerci, salendo gli ultimi due gradoni, eccoci davanti alla croce di vetta.

Meraviglia!

Bellissimi i vicini Spalti di Toro, con tutte le sue guglie ed il verde scuro del bosco sottostante con la macchia più chiara di prato dove sorge il rifugio Padova. Poco dietro cima Preti che da qui fa sicuramente meno impressione che non dalla val Cimoliana. Poi lo spettacolo delle Dolomiti che si fanno ammirare con un colpo d’occhio sorprendente.

Scrivo i nostri nomi sul libretto di vetta e scattiamo un selfie mentre qualche nuvola sembra voler tornare alla carica. La discesa per noi è ancora lunga visto che dobbiamo rientrare fino al passo della Mauria, quindi non stiamo là troppo a cincischiare e iniziamo a scendere.

Circa 90 minuti dopo siamo nuovamente alla Tacca del Cridola. Ora il ghiaione di discesa è quasi un toccasana e stiamo un quarto del tempo per farlo al contrario e senza correre.

Giunti alla nostra base temporanea, il bivacco Vaccari, riprepariamo lo zaino, mettiamo ancora a posto, mangiamo un panino e ci concediamo anche un bicchiere di vino che avevamo portato proprio in previsione della pausa durante il rientro. Momenti di relax che ci vogliono.

Ora non resta che tornare alla macchina.

Ci rendiamo conto quanto il sentiero fatto il giorno precedente non sia proprio corto, ma ormai il più e fatto ed il tempo sembra reggere quel che basta per tornare a casa asciutti e felici.

Potrei anche continuare, parlando del viaggio in auto, del gelato non mangiato, della pastasciutta a casa di Sergio… ma direi che è tutto un più per voi che leggete. Restano comunque nella mente e nel cuore a coronare due giorni bellissimi, anche se questa volta la cosa più bella (nonostante i posti bucolici) è stata la compagnia e non l’impresa.

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