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SPIGOLO CANNE D'ORGANO
una magnifica giornata con Alice

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25 agosto 2022

 

Che bella la Maremma Grossetana.

Le colline, gli ulivi, gli antichi borghi, il mare cristallino, i vari luoghi dove si assapora una storia millenaria, le tradizioni delle feste di paese, il buon vino, l'olio extravergine di oliva, il cibo saporito e chi più ne ha più ne metta.

Una piccola scoperta di un territorio che regala al suo visitatore giornate che riempiono più gli occhi della pancia, il che è tutto un dire.

Così con le “mie” donne abbiamo passato qualche giorno girovagando per questa terra meravigliosa, ma potevo non trovare un posto dove fare due tiri di corda con la ormai non più piccola Alice? Certo che no. E qui viene in aiuto il web che con una piccola ricerca mi aiuta nel trovare il posto dove andare: il monte Argentario.

Su questa cima di modesta elevazione tutti scrivono dell'ottima roccia e le relazioni parlano di una semplice ma bellissima via lungo uno spigolo, con vista mare, il che non può far altro che la scelta diventi ovvia.

Così nel bel mezzo delle nostre ferie, dopo due giorni di relax fra le terme di Saturnia e gli sdraio presso lo Spacco della Regina, prendiamo tutto il “nécessaire” per la salita e in macchina ci portiamo sull'Argentario. Lasciamo Irene e Valentina sulla spiaggia Lunga, luogo incantevole dal mare color turchese, quando ancora al parcheggio non c'è nessuno e poi andiamo a posteggiare l'auto sotto al bosco che ci divide dalle evidenti pareti che circa centocinquanta metri sopra la strada si ergono verticali.

Ci carichiamo gli zaini in spalla, nemmeno troppo pesanti, e iniziamo a camminare in mezzo ad un tunnel creato dalla fitta vegetazione che qui sembra non far passare nemmeno la luce. Il tratturo è ripido, qualche corda fissa aiuta su dei semplici passaggi, e piano piano con la frescura delle prime ore del giorno raggiungiamo l'attacco originale dello “Spigolo delle Canne d'Organo”.

Alice si adegua sempre alle mie scelte benché il suo grado sia decisamente molto più alto del mio, però quando arrampico in montagna solo con lei le emozioni e le preoccupazioni sono sempre uno scoglio da superare per la mia testa, per questo poi le linee selezionate sono sempre semplici.

Oggi però mi sento più tranquillo del solito. Sarà che ho fatto da poco un paio di vie più durette del solito, sarà che in falesia il 6a non è più un grosso problema, sarà che un quarto superiore lo sento assolutamente alla mia portata e quasi da passeggiata, sarà l'aria frizzante ricca di salsedine che dal mare soffia verso di noi, sarà quel che sarà ma fortunatamente per la prima volta sto vivendo in maniera molto rilassata il tutto.

Ci prepariamo mettendo subito il casco e poi l'imbrago. Attacco ai porta materiali i quattro friend che ho portato assieme ai rinvii, infilo i cordini sopra lo zaino, ci leghiamo, controllo e siamo pronti a muoverci. Immancabile lo sguardo all'orologio che segna le otto e cinquanta.

I primi metri me li mangio, sono un terzo grado e la roccia è veramente buona. Un cordone su albero indica la via, poi sopra vedo un chiodo e proseguo. Salgo e trovo uno spit con cordino su una placca. Mumble mumble. Avevo letto una relazione ma non avevo visto accenni di tale protezione lungo i tiri. Mi assicuro e risalgo la breve placca che mi deposita su un terrazzino leggermente inclinato dove posso stare tranquillamente in piedi senza usare le mani. Tiro fuori il telefono e leggo veloce “dritti sopra la sosta per fessura ben ammanigliata (IV), da proteggere” e fatalità sopra di me sale una bellissima fessura che obliqua leggermente verso destra. Non mi resta che continuare.

Salgo qualche metro e la mia testa inizia ad elaborare che qualcosa non va. Non è immediata questa situazione, arriva solo quando metto il primo friend della giornata e dove capisco che questo non è certamente un quarto grado visto che mi sembra assai difficile che i toscani gràdino più stretto dei carnici. Non posso sicuramente fermarmi qui e devo continuare. L'arrampicata è entusiasmante, spesso bisogna ricorrere alla tecnica alla Dulfer (o qualcuno direbbe alla Piaz), ma a mio avviso sto andando sul quinto con qualche tratto di quinto superiore dove la parete tende a sbattere in fuori .

Metto un secondo friend.

Poi un terzo.

Me ne resta uno, non vedo altre protezioni in loco e anche di arbusti in grado da potersi proteggere non ce n'è nelle vicinanze. Decido di tenermelo buono per un qualche movimento più ostico o più psicologico su cui mi potrei imbattere, così da evitare il tirar fuori martello e chiodi che ho lasciato nello zaino visto che non c'era alcuna previsione di usarli, sperando sempre di riuscire a trovare una sosta sopra altrimenti sicuramente bisognerà battere quei piccoli cunei d'acciaio dolce. Ad ogni modo è palese che sono finito fuori via. Ormai ho fatto circa una trentina di metri e ora devo solo concentrarmi a progredire mettendo bene i piedi e tenermi in fessura con le mani, nulla di più mi dico.

Dopo un'altra decina di metri vedo due piastrine luccicanti poco sopra di me. Piazzo l'ultimo friend. Sembra che il respiro ritorni anche se l'apnea era praticamente solo mentale. Mentale esclusivamente per me, senza grande preoccupazione per Alice che è ancora al sicuro alla base della parete.

Raggiungo i due spit e inizio a preparare la sosta. Guardo lo spigolo appoggiato dove dovrei essere, parecchi metri più a sinistra, e poi lo sguardo volge verso il basso per vedere dove sono salito. “Bel tiro” penso, ora che sono tranquillamente appeso come un salame, e poi subito mi balza all'occhio la fila di spit che sale verticale sotto le scarpette. Guardo in su e la fila procede dritta. Capisco che sono finito sulla “via dello Scampo”, una linea aperta da Rustici e Pozzi negli anni novanta, con grado sul 6a. Ottimo, ora so già cosa mi aspetta.

Chiamo finalmente mia figlia e la invito a salire. Arrampica proprio bene. Sarò stato in totale quasi mezz'ora per fare il tiro, mentre lei in poco più di dieci minuti è al mio fianco.

La ragguaglio sulla situazione. Calarci o arrampicare? Fa spallucce. Un'altra occhiata sopra ai caschi. Gli spit sono veramente vicini, la roccia è compatta ma tutta a buchi, la sosta è ottima e ora son certo sul dove siamo. Perché non proseguire? Abbiamo deciso.

Mi faccio ridare il materiale recuperato, un bel respiro e via.

Se prima la progressione era comunque bella, qui è entusiasmante. Un calcare ruvido dove le scarpette di sicuro non possono scivolare, con concrezioni e piccoli buchi che riesco a tenere con tranquillità, molti spit che danno tanta sicurezza e così vicini che alcuni posso pure saltarli. La testa è libera da ogni preoccupazione e tutto mi sembra quasi semplice. Cerco dove appoggiare le punte delle mie “katana”, nel punto migliore per avere una perfetta posizione, poi le dita su quegli appigli che sembrano sfuggenti ma che si fanno tenere quasi per magia e salgo. Salgo.

Eccomi sullo spigolo. Finalmente l'ho raggiunto. Un paio di chiodi mi salutano facendomi capire che da qui in poi sarà quasi una passeggiata.

“Libera”.

“Libero”.

“Quando vuoi...”.

“Parto!”.

Alice mi raggiunge con un sorriso a trentadue denti. Che bello vederla così. Aver fatto un tiro decisamente più sostenuto non ha appagato soltanto me ma anche lei. Ci guardiamo attorno. Che spettacolo. Il mare azzurro si fonde con il cielo mentre il sole riflette sulla roccia chiara e noi appesi su un balcone per privilegiati.

Riprendiamo l'ascesa, ora più rilassati, o per lo meno io mi sento più rilassato, andando anche a cercare qualche passaggio fuori da quella linea che la logica di salita imporrebbe. Siamo veloci. La corda scorre via tra le rocce mentre il profumo del rosmarino è intenso, inebriante a ogni lunghezza. Ogni fessura sembra il regno di questa pianta aromatica che evidentemente ha trovato il suo habitat ideale.

Ci ritroviamo sul pianoro sopra allo spigolo che il sole è ormai alto e scalda fin troppo. Siamo belli sudati ma un abbraccio e un selfie non possono mancare. Siamo entrambi felicissimi, ridiamo come due sciocchi anche per il nulla. Sono questi i momenti più belli di queste uscite.

Guardiamo giù quella tavola blu che ci chiama. Sì, un bel bagno ci sta tutto!

Riponiamo il materiale negli zaini ma teniamo addosso l'imbrago e un cordino con moschettone a portata di mano per la discesa. La corda diventa una bambolina e anche quella finisce sulla mia schiena. Iniziamo a scendere.

Le prime decine di metri sono un bel sentiero che lascia spazio al stupendo panorama e poi ci ritroviamo di nuovo abbracciati dalla macchia mediterranea. Il tratturo si fa via via più ripido. Iniziano le corde fisse, tirate da un albero all'altro. Le uso volentieri come scorrimano mentre la Ali preferisce saltare da un tronco all'altro, lanciandosi verso valle come uno scoiattolo volante ma senza volare. Uff che fatica. Ma non era più faticoso salire? C'è anche un tratto di roccia da disarrampicare e qui c'è da ringraziare la guida alpina Eraldo Meraldi che s'è adoperato non solo per tutte le corde tirate, ma anche per quelle fissate in questo punto rendendolo sicuro ed evitando ai più una calata di pochi metri.

Il terreno non aiuta, anzi, e non tanto per le difficoltà ma per la sua conformazione: un terriccio fine e a volte scivoloso che in più si attacca alle nostre gambe tutte umide. Siamo praticamente lordi. Pensavamo d'aver finito di sudare e invece fino all'auto continuiamo a grondare.

Raggiunto il mezzo tiro fuori l'acqua dalla borsa frigo. Che sollievo bere qualcosa di fresco!

Telefoniamo alle altre due “bagnanti” e andiamo a recuperarle. Dopo averle prelevate ci dirigiamo alla spiaggia di Acqua Dolce. Al baracchino ci tocca obbligatoriamente brindare ed infine, cosa che a fine arrampicata capita di rado ma che questa volta sembra essere la ciliegina sulla torta per concludere al meglio questa giornata di roccia, un bel bagno rigenerante (e anche pulente)!

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